Davide Van De Sfroos - Pica!

 

 

Proprio mentre sto scrivendo queste righe, l’ennesima catastrofe climatica si sta abbattendo sullo Stato della Louisiana, già flagellata l’anno passato da un violentissimo uragano che causò danni incalcolabili al territorio e fu responsabile della morte di migliaia di esseri umani. Viene spontaneo dunque soffermarsi ad ascoltare con particolare attenzione la splendida ballad “New Orleans”, che troviamo al quarto posto nella scaletta dell’album “Pica” ma, senza dubbio, sul podio tra le migliori composizioni mai firmate da Davide Van De Sfroos. Il protagonista della storia si rivolge alla donna amata con parole di speranza che gli si strozzano in gola piuttosto evidentemente, scivolando su un malinconico tappeto di violini, dobro e fisarmoniche che fanno da cornice a un capolavoro descrittivo ed emozionale unico nella produzione del cantautore lariano. Azzeccatissimo il primo brano del disco ( “El Puunt”, ndr ), storia di una delusione amorosa che si snoda tra immagini tipicamente “sfroosiane” quali ragni, lucertole, topi e pezzi di legno che, con astuto humour dialettale, rendono moderatamente allegro un pezzo non certo comico, complice anche un arrangiamento brioso trainato dal violino di Angapiemage Galiano Persico e dalla fisarmonica di Mirco Maistro. Le metamorfosi descritte in “Lo Sciamano” sono, per chi conosce il dialetto lagheé, un vero spasso da masticare in rima facendo lavorare la fantasia nel mondo animale creato da Davide. Il refrain molto orecchiabile è già un successo garantito per i concerti dal vivo; stesso discorso vale per la divertente “Ballata Del Cimino”, già additata da molti fans come una delle canzoni migliori dell’intero disco. La vicenda in sé è un incrocio tra una barzelletta e una storia vera ( …o forse inventata..? ndr ) che vede protagonista uno sventurato contrabbandiere di sigarette. Il ritmo dominante è vagamente country, sorretto dalle pizzicate di banjo di Alessandro Zaini e da una interpretazione vocale ad effetto di Davide Van De Sfroos. L’album continua a girare nello stereo senza muovere passi falsi: ne sono la conferma definitiva “Il Minatore Di Frontale” prima, in cui Davide abbandona i dintorni del Lago di Como per spingersi a dipingere realtà lavorative tuttora esistenti in Alta Valtellina, e la eccellente “Alain Delon De Lenn” poi, per l’incisione della quale lo stesso Van De Sfroos riunisce la band del “Ma Vada Via L’blues Tour” lasciando a casa solo il mitico Sugar Blue. L’incalzante basso di Andrea Taravelli corre di pari passo con l’hammond di Michele Papadia e, soprattutto, con l’hendrixiano tocco chitarristco del bluesman newyorkese Jaime Scott Dolce, leader degli Inner Soles. La settima traccia di “Pica” è, secondo me, il vero capolavoro del disco, e il suo collocamento centrale in scaletta sembra essere tutt’altro che casuale. Un inedito Davide alla voce, accompagnato dal solo pianoforte di Eros Cristiani ( eccezion fatta per qualche innesto di classe con violino e violoncello, ndr ), ci regala fotografie e frammenti di vita vissuta nelle quali l’ascoltatore si sente testimone dei fatti, trasportato nel tempo davanti all’immagine descritta o all’azione in corso di svolgimento: “40 Pass” è, al pari di “New Orleans”, uno dei momenti più felici di “Pica” e una delle massime espressioni artistiche di Davide Bernasconi, che sfiora l’eccellenza anche col successivo singolo “La Terza Onda” per poi riguadagnarsela appieno con la pregevole “Il Costruttore Di Motoscafi”. Quest’ultima composizione in particolare sarà una di quelle che si faranno fatica a dimenticare, sia dal punto di vista musicale che della stesura del testo, come sempre ricco di descrizioni originali e frasi colorite in tipico stile lagheé. Lo spirito di Bob Marley si fa sentire nella reggaeggiante “La Grigna”, nella quale si notano gli interventi blues di Giorgio Peggiani all’armonica. “Fiil De Ferr” ci scaraventa nel mood delle sgangherate band da osteria: una pausa di pura e sana follia saltellante da live, un breve mix ritmico tra le più famose “La Curiera”, “La Balera” e “De Sfroos” impastate con l’allegro cantato di chi ha bevuto un bicchiere di troppo alla festa del paese. Infine, dalla baldoria spensierata si passa alle riflessioni solitarie di “Furesteé”, che affrontano il tema del viaggio in versione “reale” rispetto alla seguente “Il Cavaliere Senza Morte”, che ci sballotta nel tempo inghiottendoci in un turbine di figure mitiche come la Babayaga, Re Artù, il Martello di Thor e il Sacro Graal. Chiude il disco “Retha Mazur”, paradossalmente il brano che sembra meno riuscito di tutta l’opera, forse per un paragone immediato che l’ascoltatore tende a fare con l’ineguagliabile “Ventanas” sulla cui falsariga questo sussurro acustico è stato costruito… ma alla quindicesima traccia, dopo averne ascoltate quattordici pressoché perfette, a chi può importare tutto ciò..? “Pica” è sicuramente l’album che Davide voleva realizzare e che tutti i suoi fans si aspettavano: un acquisto obbligato per gli ammiratori del cantautore lennese e un ottimo modo, per chi ancora non lo conoscesse a fondo, per iniziare ad apprezzare la sua musica e la sua poesia.         

Marco "Rice" Ricci