Bad Bones - Smalltown Brawlers

La prima volta che ho ascoltato “Smalltown Brawlers” sono rimasto letteralmente folgorato dalla carica di questo trio che, è bene dirlo subito, è tutto italiano. Una carica rock’n’roll come non ne sentivo da tempo fra le nuove leve, per una formazione tipo: Meku “Bone”, chitarra; “Steve Bone”, basso e backing vocals; Lele “Bone”, batteria, e quella voce (quella di Meku), ruvida, potente ed evidentemente ispirata a Mr Lemmy Kilminster. Le sonorità dei Bad Bones spaziano dal metal classico al rock passando per il blues e sembrano avere imparato le lezioni di importanti gruppi “recenti” quali i primissimi Guns’n’Roses, Pearl Jam e Faith No More. Soprattutto questi ultimi, che nella genialità di Mike Patton hanno sperimentato e contribuito a creare il “Crossover”, genere negli anni successivi prima sezionato e poi rimescolato al metal. Influenze che emergono qua e là nell’album, ma non importanti quanto quelle più evidenti ed inevitabili di Motorhead, Iron Maiden ed in parte AC/DC, senza tralasciare la vecchia scuola dei 70’s di Led Zeppelin e Deep Purple, ma anche solide basi Southern/Blues come i Lynyrd Skynyrd. Se qualcuno a questo punto è portato a pensare ad un mescolone senza capo né coda è pregato di ricredersi perché i Bones riescono a miscelare tutte queste influenze del passato con vera maestria, inserendo arrangiamenti sobri ma efficaci alle composizioni che non hanno nulla da invidiare a quelle di gruppi più blasonati quali quelli citati poco fa. Il disco parte subito a velocità sostenuta con “Poser”, che per impatto e bellezza mi ha portato alla mente la storica accoppiata di opener del famoso “Powerslave” degli Iron Maiden; un solido rock duro e corposo che precede la cavalcata “Crazy Little Star”, dove prosegue il ritmo martellante e sostenuto della prima traccia. La successiva “One Shot” è il primo colpo di genio del disco, nel quale oltre al grezzo rock’n’roll della band fanno capolino dei cori azzeccatissimi nel ritornello; la produzione dell’album è infatti ottimamente curata e l’inserimento dei cori dimostra che anche nelle composizioni più immediate la cura per i particolari può fare la differenza. “Time to Rock” ha un tempo rallentato rispetto alle altre composizioni e per questo motivo ha un impatto ancora più devastante, dove la chitarra è più tagliente e virata ad un sound heavy metal classico. Il solo centrale è da manuale, uno dei più belli di questa release. “Castaway” si attesta sugli ottimi livelli delle prime due tracce e fa da preludio ad un’altra tra le migliori canzoni del lotto. Si tratta di “Bad Bone Boogie”, che già dal titolo fa presagire un suono virato al blues. In realtà la canzone mantiene velocità e piglio tipicamente rock, ma qui i Nostri mettono in evidenza l’amore verso un altro trio del Rock/Blues: gli ZZ Top. “Spaghetti Western” è un bel pezzo tirato e potente che nel titolo rende omaggio alla nostra terra, che proprio con i film del regista Sergio Leone negl anni ’70 ha creato un genere (quello dei western movies) che è diventato il filo conduttore ed indissolubile del legame tra Italia e Stati Uniti d’America (almeno a livello cultural-musicale). “Into the Mad House”, “Bar Fight” e “Ain’t Gonna Live Forever” sono tre ottime canzoni che mantengono alta l’adrenalina in una sequenza martellante di ruvido rock’n’roll. In particolare la terza, complice la produzione e la linea della chitarra, ricorda a tratti alcune parti ritmiche dei Nirvana dell’epocale “Nevermind”; ottimi pezzi che anticipano una brusca frenata con la ballad “I’ve lost the way”, dove si lascia apprezzare il bel lavoro della chitarra, ma che purtroppo non spicca per originalità, probabilmente a causa di uno stile vocale più legato agli stilemi classici del rock (impatto e velocità) e quindi poco a suo agio con i lenti. Pochi minuti di respiro e si torna a pestare sull’acceleratore con la strepitosa “A Mission For You”, song con passo sostenuto da una chitarra affilata e tagliente, ed una parte centrale giocata su un’improvvisazione ritmica degna dei migliori Faith No More. Finale al fulmicotone con la fenomenale cover dei Vanadium “We Want Live With Rock’n’Roll”, dove alla voce troviamo il grandissimo Pino Scotto in persona, italico personaggio fuori dagli schemi che credo non necessiti di presentazioni. Ritengo che i Bad Bones siano un superbo gruppo rock, uno di quelli destinati a durare nel tempo. Certo oggi è sempre più difficile essere originali; negli ultimi cinquant’anni la musica rock ha subito mutamenti di ogni tipo e per (nostra!) fortuna grandissime formazioni, oggi storiche, hanno scritto pagine di musica senza tempo: il rovescio della medaglia è riuscire a comporre nuova musica con originalità, carpendo quanto di meglio fatto e scritto nel passato. La cosa è tutt’altro che facile (basti vedere quanti gruppi da “un disco e via” si trovano in giro), ed ai Bones non risulta infatti facile, piuttosto direi naturale, che è ciò che li distingue dalla massa e li rende originali. Essere naturali significa possedere una marcia in più, significa essere capaci di scrivere della musica che può rimanere nel tempo, significa avere le idee chiare sulla direzione da seguire. I Bad Bones sono un trio di sano e puro Rock’n’Roll destinato a durare se sapranno seguire quella direzione e mantenere quella naturalezza che li contraddistingue.
Alessandro Ebuli
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