Dragonheart Fest 24/04/09

 

 

 

 


“L'erba del vicino è sempre più verde” recita un popolare proverbio di casa nostra e mai parole furono più adatte per descrivere l'attuale situazione del rock e metal italiani. Se da una parte troviamo capaci band che si prodigano in validi lavori in studio, dall'altra esiste un radicato “disinteresse” verso quanto è proposto dalla madre patria, mescolato ad una curiosità a senso unico che varca i confini e snobba quanto di buono propone il made in Italy.
Fare di tutta l'erba un fascio però sarebbe un errore! Qualche segnale in contrasto a questa tendenza sembra arrivare, in particolare da chi organizza gli eventi live e negli ultimi tempi numerosi sono i nomi di band italiane che popolano le bill di festival e concerti che mirano a ridar lustro alle glorie dello Stivale. Esempio lampante di quanto detto arriva con il Dragonheart Fest, festival organizzato dall'omonima label italiana, che anche quest'anno ha voluto  regalare una serata in cui protagonista è il metal italiano, schierando sul palco del Sotto Tetto di Bologna Domine, Macbeth, White Skull ed Ancient Bards. Eccovi il Live report della serata, buona lettura.

 

 

 

White Skull 

 


 

 

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Il compito di sancire l'inizio della serata spetta agli Ancient Bards, un giovane sestetto pieno di grinta che, con il proprio sound a metà strada tra il sinfonico ed il power, scalda fin da subito il pubblico che incuriosito inizia ad avvicinarsi al palco per ascoltare meglio quanto Sara e compagni propongono. Sebbene il tempo a loro disposizione non sia molto, gli Ancient Bards non faticano a catturare l'attenzione di chi ascolta, in particolare con “The Birth of Evil”, che sarà presente sul loro primo cd, di prossima uscita. I nostri si portano dunque a casa un buon risultato e tra meritati applausi lasciano il palco alla seconda band della serata, i White Skull.
“Forever Fight” non è solo il titolo dell'ultimo album che ha battezzato la nuova formazione dei White Skull, ma soprattutto il grido di una band dall'indole d'acciaio, che da oltre vent'anni porta alto il vessillo dell' heavy metal italiano nel più ampio panorama europeo. Uscito nei negozi lo scorso marzo, l'ultima creazione della della ciurma di Capitan Tony Mad ha ricevuto un positivo riscontro dalla critica, concorde nel definire quest'ultimo come uno dei migliori lavori del Teschio Bianco. Superato quindi lo scoglio della stampa,la band è pronta per affrontare il severo giudizio del pubblico e lo fa con il Metal Axes tour che tra le molte date prevede anche la tappa al Dragonheart Fest. Nella penombra risuona il richiamo “We are Coming” e mentre la band si schiera sul palco, il pubblico si prepara per la battaglia, che repentina giunge con “Escape”, accendendo gli animi di molti headbangers che si scatenano sotto al palco, mostrando pieno consenso a quanto i White Skull stanno suonando. La dimensione live è un punto di forza della band, capace di creare ciò che si potrebbe definire un impenetrabile muro di suono che possente impatta contro chiunque li stia ad ascoltare. Proprio perché i White Skull possiedono questa dote innata di creare live adrenalinici e coinvolgenti, dispiace quando antipatici inconvenienti tecnici, come suoni approssimativi, arrivano a sporcare l'alta qualità di una performance come quella che stanno regalando stasera. Ciononostante sul palco si continua a dare il massimo anche quando Danilo Bar è costretto ad un imprevisto cambio di chitarra, dovuto ad una corda spezzata, durante la granica “Feel my Rage”, mentre la rabbia di Elisa Over non stenta a farsi sentire esplodendo in un'interpretazione colma di grinta e pathos. Tutti hanno percepito la sua ira ed un coro di voci unanime si alza quando la bionda sister of matal pretende di: “Voler sentire il metallo!”, mentre annuncia “Forever Fight”. Urlano le corde della chitarra di Danilo, come sempre accompagnate dalle graffianti ritmiche di Capitan Mad, mentre tessono le trame del grido di battaglia insieme ai poderosi  tempi dettati dalla batteria di Alex Mantiero e dal basso di Jo Raddi che in perfetta sincronia non lesinano in quanto ad energia. Si procede con “Spy” sul quale le tastiere i Alex Lucatti, tornate protagoniste proprio in questo ultimo full length, mostrano quanto il loro apporto sia fondamentale per l'attuale sound del Teschio Bianco reso decisamente più corposo anche grazie al loro apporto, stroncando così sul nascere i pregiudizi dei metallari più intransigenti. 
“Heavy Metal Axes” ci conduce verso la conclusione, ma nessuno vuole salutare i White Skull e numerose si alzano le grida di chi vorrebbe ascoltare anche qualche vecchio pezzo, richiesta che viene prontamente soddisfatta con “Asgard”, brano che riceve pieno consenso dal pubblico in visibilio. Si chiude così la buona prova dei White Skull che, sebbene abbia avuto qualche piccolo inconveniente tecnico, ha regalato una performance di alta qualità, ricevendo approvazione da parte di chi ascoltava. Si spengono le luci, ma solo per poco, giusto il tempo di riprendere fiato prima dei Macbeth.

 

 

 

Macbeth 

 


 

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Dal più granitico heavy metal si passa ad atmosfere più oscure ed oniriche, descritte dalle sonorità gotiche di un'altro gruppo italiano, i Macbeth, che sale sul palco come penultima band di questo festival. Formatosi nel 1995, il quintetto milanese ha consegnato lo scorso 2007 ai suoi fans “Superangelic Hate Bringers” ultimo lavoro in studio e quarto tassello di una produzione che negli anni ha dimostrato di essere cresciuta artisticamente, disco dopo disco,  componendo lavori in studio di elevata caratura.
Sono le note di “Veils” a sancire l'inizio del concerto e fin dalle prime battute di questo preludio strumentale ci si accorge che gli stessi problemi di suono, presenti durante la prova dei White Skull, persistono ancora, non permettendo quindi di godersi a pieno lo spettacolo. Nonostante questi fastidiosi inconvenienti, però, i Macbeth hanno in serbo un inizio in pompa magna che affidano al trittico “Good Mourning”, “To My Falling Star” e “Don't Pretend”, perfetto riassunto della loro recente produzione, che viene particolarmente apprezzato dal pubblico che, completamente rapito dal sound dei nostri, si scatena in fluenti headbanging. La scelta di questi tre preziosi gioielli di gotich metal fa mostra di come la band milanese possa vantare nella propria line up validi e capaci musicisti. Max, il tenebroso chitarrista si lancia in precisi soli e veloci passaggi che strizzano l'occhio alla poderosa sezione ritmica, sapientemente costruita dalla batteria di Fabrizio e dal basso di Sem che in perfetta sintonia dettano i tempi su cui scatenarsi. Andreas e Morena, forza e delicatezza della formazione, si dimostrano pienamente all'altezza dei compagni, in particolare su “Hate” si assiste ad un' ottima prova del singer che interpretandola intensamente sfodera un aggressivo growl che sembra quasi trovare sostegno sulla bassa e piena linea della batteria di Fabrizio. Anche l'interpretazione di Morena risulta essere emotivamente molto intensa e capace di regalare quel pizzico di dolcezza alle sonorità del brano, riuscendo a fare passare in secondo piano qualche sbavatura ed incertezza nella voce, dovuti forse ad una forma fisica non proprio al massimo livello.
La set list si compone di otto brani che coprono l'intera produzione e se da un lato  evidenziano le grandi doti tecniche della band, dall'altro però ci mostrano i cinque poco interattivi tra loro e quasi schivi verso quanti stanno sotto al palco, rendendo così il concerto purtroppo solo una buona esecuzione. “Crepuscolaria” riesce finalmente a sciogliere un po' di più gli animi di questi musicisti che decidono di lasciarsi andare e mostrare quali siano le loro vere doti, regalando una prestazione sopra le righe e dal traino pazzesco, capace di richiamare sotto al palco quanti si erano allontanati. “Forever”, eseguita con il medesimo spirito di “Crepuscolaria”, ci conduce alla conclusione, lasciando i presenti sì soddisfatti per quanto i nostri hanno regalato in questi ultimi due brani, ma con un po' di amaro in bocca per non avere potuto vedere per tutto il concerto la vera indole della band. Si chiude così la prestazione dei Macbeth ed il Sottotetto si prepara per l'ultimo concerto, quello degli headliner: i Domine!

 

 

Domine 

 


 

 

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Headliner di questa serata sono i Domine, una delle più famose epic metal band italiane, capace di ricevere ampio consenso non solo in patria, ma anche nel più impervio terreno del metal europeo. Leggendarie sono ormai divenute quelle che proprio da loro prendono il nome di “cavalcate”: poderosi riff di chitarra che incarnano in ogni nota il senso di epico con il quale questi cinque musicisti rivestono ogni brano. Epicità allo stato puro: ecco cosa sono i Domine, ma non solo. Sono anche un gruppo che nella propria carriera ha saputo sviluppare le molteplici facce di uno stile che permea il loro essere e pur rimanendo ben saldo alle primigenie radici, ha coraggiosamente affrontato nuove soluzioni sonore che hanno messo in piena luce la versatilità del loro sound.
Accolti da un pubblico impaziente di vederli all'opera eccoli irrompere sul palco del Sottotetto sulle note del classico “ThunderStorm”, gioia per le orecchie dei fans e causa scatenate del pogo che subito si genera sotto al palco. Come un fragoroso tuono esplode la batteria sotto ogni colpo che il preciso e potente Stefano Bonini batte sul proprio strumento, sempre supportato dal basso di Riccardo Paoli che con precisione lo segue nelle ritmiche. Inizio migliore non poteva esserci e molte sono le grida di apprezzamento che si levano verso il palco. Dopo un breve saluto di Morby, i Domine sono pronti per continuare a schiacciare sull'acceleratore e la combo  “The Messanger” e “True Leader of Man”, mostra come i loro intenti siano tutt'altro che tranquilli.
Stride l' Ibanez di Enrico Paoli, le cui dita corrono veloci sul manico della chitarra dando vita ad adrenalinici riff che tessono le gloriose trame di questi due brani, mentre la cristallina voce di Morby si staglia in limpidi acuti che ancora una volta di più mostrano come la sua attualmente sia una delle migliori voci metal in Italia. Non solo bravo cantante, ma anche carismatico frontman, Morby non smette mai di interagire con i presenti che sempre coinvolge nei momenti più trascinanti, come quando su “The Aquilonia Suite” chiama l'immancabile coro “Ave Domine, Ave Domine” che pronto risponde ad ogni suo cenno.
L'atmosfera si tinge di scarlatta emozione quando viene annunciata “The Prince in the Scarlet Robe” ed allora la tensione si allenta, mentre le tastiere di Gabriele Caselli ci “raccontano” questa canzone con la loro intensa melodia che lascia tutti senza fiato.
Con “Tempest Calling” e “Dragon Lord” il livello di adrenalina torna a salire raggiungendo l'apice quando Morby si lancia nell'interpretazione di “Hurrican Master”, brano che mette letteralmente alla prova le sue corde vocali, salendo in tonalità sempre più alte, raggiunte da lui e pochi “prescelti”. Il concerto si sta ormai avviando alla conclusione che anche in questa occasione viene affidata a “Defenders”, brano che potrebbe assurgere tranquillamente al ruolo di manifesto di tutti i metallari e che come sempre viene cantato insieme a tutti i defenders sotto al palco. Tra urla, applausi e pinte alzate alla loro salute si chiude l'ottima prova dei Domine, che stasera hanno saputo soddisfare la sete di epic di quanti erano presenti, che sebbene purtroppo non molto numerosi, hanno comunque saputo “riempire” il locale con il loro grande ed indispensabile sostegno al lavoro di questa quattro band italiane.
Dopo l'ottima prova dei Domine cala anche il sipario sul Dragonheart Fest, evento che ha saputo racchiudere nella propria bill nomi importanti come White Skull, Macbeth e appunto i Domine e che avrebbe meritato, almeno secondo il parere di chi sta scrivendo, un'attenzione maggiore, proprio perché il sostegno tricoloreè fondamentale per le nostre band. Sperando che manifestazioni come questa continuino ad esistere e a dare spazio ai grandi artisti di casa nostra, non resta che sperare di poter vedere un pubblico più numeroso ai prossimi eventi.

Elisa Penati
 

 

 

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