Bad Bones 13/04/09

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La loro storia ha dell'incredibile ed è proprio per questo che abbiamo deciso di realizzare un' intervista del tutto particolare con i Bad Bones. Nessuna domanda, solo un registratore acceso e l'invito a raccontare quanto hanno vissuto dal momento in cui si sono formati ad oggi. Non mi dilungo in nessuna introduzione, mi permetto solo di darvi un consiglio, leggete quanto segue come se fosse un racconto, ma vi sia sempre chiaro che ogni parola che Steve, Meku e Lele hanno raccontato è stata vissuta realmente sulla loro pelle! Buona lettura.
Tutto è iniziato al “Fondo” e per noi è stato un ottimo segno:
Meku: La storia dei Bad bones inizia quando nel 2007 alcuni nostri amici ci contattano dicendoci che di lì a pochi giorni avrebbero dovuto suonar in un locale a Recco ed avevano bisogno di una band di supporto. Sapevano che noi tre stavamo pensando di formare un gruppo e che avevamo già fatto qualche prova insieme, anche se ufficialmente non avevamo mai suonato in pubblico.
Steve: In quel momento però avevamo un grosso problema: eravamo senza cantante! Ci eravamo già guardati un po' in giro perché, appunto, eravamo assolutamente intenzionati a formare i Bad Bones, ma non avevamo ancora trovato nessuno che potesse andare bene. Il fatto è che noi tre siamo molto uniti, Lele ed io siamo fratelli, Meku è il nostro migliore amico, quindi il nostro legame è molto forte e forse proprio per questo l'idea di avere un quarto elemento ci frenava.
Lele: Quando i DBKiller ci hanno chiesto di fare questa data insieme a loro, abbiamo fatto presente che in quel momento ci mancava il cantante e ovviamente non sapevamo come gestire la situazione. La soluzione è arrivata da loro!
S.: Sono stati proprio loro a farci notare che Meku negli Anthenora faceva dei buoni cori e quindi si poteva risolvere tutto facendo catare lui... in effetti si sarebbe trattato di cantare qualche cover solo per una serata...
M.: Eh sì, tanto erano tutti cazzi miei... (risate n.d.r.)
S.: Insomma, quell'idea ci ha fatto riflettere. Alla fine mi sono convinto, ho chiamato Meku e gli ho chiesto se effettivamente se la fosse sentita di cantare e lui, che è una persona che non si tira indietro, ha accettato. Questo suo “sì” ha messo a posto tutto: ora i Bad Bones esistevano. La cosa da notare è che per preparaci avevamo a disposizione pochissimo tempo e per quanto riguardava i pezzi non avevamo mai scritto nulla di nostro; siamo quindi entrati in sala prove pensando di fare qualche cover ed abbiamo iniziato a jammare su “Rock'n'Roll” dei Led Zeppelin, ma alla fine abbiamo scritto il nostro primo pezzo “Ain't Gonna Live Forever”. A dire la verità, quell'unica prova ha visto nascere ben sei brani di “Smalltown Brawlers”. Componevamo, suonavamo e ci dicevamo: “Funziona!”. Alla fine siamo andati a Recco, in questo locale che si chiama “Fondo” a fare il nostro primo concerto... e quello è stato per noi un buon segno, perché, se parti dal “Fondo”, sai già che più in basso di così non puoi cadere! (risate n.d.r.)
M.: La serata è andata benissimo, nel senso che sia la gente sia i DbKiller hanno apprezzato quello che stavamo suonando ed era una grande soddisfazione vedere come tutti si scatenavano ascoltando quanto avevamo composto in quell'unica prova. Questo significava che la strada che avevamo imboccato poteva essere quella giusta.
S.: L'emozione che abbiamo provato è stata grande e ci siamo accorti che i Bad Bones per noi tre erano un qualcosa di rivoluzionario che ci permetteva di esprimere liberamente con la musica le nostre emozioni, magari raccontando anche fatti personali. L'inizio della nostra storia quindi parte proprio da un'esigenza molto forte che Meku, Lele ed io condividevamo, ossia il poter sfogare liberamente le nostre emozioni nella musica e questo ha poi avviato una serie di avvenimenti che da quella sera abbiamo sempre condiviso.
M.: A Recco c'era chi si complimentava per le cover che avevamo fatto e quando si sentiva rispondere che avevamo suonato anche pezzi nostri rimaneva stupita, ma ti assicuro che noi lo eravamo più di loro! Forse il nostro segreto è la capacità di improvvisare con assoluta naturalezza, quindi anche brani che erano stati scritti solo dieci giorni prima, sembrava che portassero dentro una storia importante, già consolidata.
S.: In quel primo concerto abbiamo capito tante cose: innanzitutto che la nostra istintività ci permetteva di comporre pezzi che avevano una buona presa sulla gente; in secondo luogo che era possibile scrivere una canzone in mezz'ora, anzi per noi era necessario, perché se ci impiegavamo di più voleva dire che si inseriva qualcosa di “artefatto” e quindi non andava bene. Abbiamo scoperto che Meku è un bravo cantante e che io faccio dei cori niente male... e ora alla fine di ogni concerto me la meno e canto anche “Ace of Spades” (risate n.d.r.). La cosa sicuramente più importante è stata che da quella sera abbiamo iniziato a fidarci del nostro istinto ed abbiamo capito che fino a quel momento ognuno di noi era stato solo parte di una band, mentre con i Bad Bones avevamo la nostra band, la nostra dimensione naturale! Così abbiamo iniziato a fare qualche data e, raccolti i primi soldi, abbiamo deciso di registrare un demo. Lo studio a cui ci siamo rivolti è stato quello di Tony dei White Skull, grande professionista oltre che amico. Quando siamo entrati in studio abbiamo deciso registrare in presa diretta, questo per un motivo fondamentale: avremmo ottimizzato i tempi guadagnandone un po' per i mixaggi. Devi sapere che i Bad Bones vanno sempre più veloci dei nostri pensieri! Infatti noi pensavamo ad un demo, in realtà abbiamo registrato tutto il disco. Questo è stato possibile anche grazie al grande aiuto di Tony che mentre ci seguiva con le registrazioni, ci ha spronati ad incidere tutti i pezzi, dicendoci che dei mixaggi si sarebbe occupato lui stesso. Da non credere: avevamo il disco in mano! A questo punto ancora una volta ci siamo fidati dell'istinto ed invece di contattare qualche casa discografica, abbiamo deciso di portare la nostra musica alla gente, regalando copie di “Smalltown”a chi veniva a sentirci.
M.: Quello che per noi era importante in quel momento non era tanto essere sotto l'ala di qualche label, quanto avere persone che apprezzassero la nostra musica.
L.: Nel dicembre del 2007 abbiamo iniziato a girare per locali in provincia di Cuneo e, come diceva Steve, alla fine di ogni concerto si regalava qualche copia del disco. In questo modo la nostra musica ha iniziato a girare tra i ragazzi, nelle scuole e nei pub ed i Bad Bones ad avere un loro seguito. Pensa che addirittura c'era chi si disegnava la copertina, quindi in quel periodo giravano “Smalltown Brawlers” personalizzati...li abbiamo anche visti, erano una figata!. Questo era un ottimo segno, perché significava che la gente rendeva propria la nostra musica.
Los Angeles e Ghost Town: il viaggio nel viaggio:
S.: Stava andando tutto per il meglio e proprio in quel momento si può dire che l'America è arrivata da noi... o forse è solo colpa di Meku, che in fondo in fondo è americano...
M.: In effetti ho una passione sfrenata per le rock band americane e soprattutto sono affascinato dai veri bluesmen...era un po' di tempo che ci girava per la testa l'idea di visitare Los Angeles e alla fine, visto che le cose non andavano male, abbiamo deciso di partire per vedere di persona quella città.
S.: Diciamo che sentivamo l'esigenza di condividere un viaggio, forse proprio per vivere e condividere quell'immaginario che Meku aveva nella sua testa e che iniziava ad essere anche nostro.
L.: Volevamo vivere la leggenda americana che era stata di grande ispirazione per la nostra musica.
S.: In effetti siamo pazzi: avevamo un po' di soldi da parte ed invece di pensare a stampare il disco, ci siamo guardati ci siamo detti : “Partiamo per una vacanza!” (risate n.d.r.). A gennaio abbiamo fatto i bagagli e siamo partiti per Los Angeles. Siamo atterrati in aeroporto di sera, abbiamo affittato una macchina e siamo partiti per viverci la nostra avventura. Il primo impatto con la città è stato fortissimo: vedere questi grattacieli enormi avvicinarsi sempre di più era uno spettacolo indescrivibile!
L.: Eravamo a bocca aperta, non riuscivamo a credere di essere lì!
M.: Il mio impatto è stato quello più traumatico, perché mi sono ritrovato a guidare la macchina in mezzo al gran casino di Los Angeles, mentre Steve e Lele continuavano a dire: “Guarda questo... guarda quello...” io non avevo la più pallida idea di dove andare! (risate n.d.r.)
L.: Quello che volevamo capire durante questo viaggio era se effettivamente ci fosse stato in noi qualcosa di questa città. La risposta era sì! Tutto ha funzionato bene da subito perché quando siamo in vacanza a noi interessano due cose: buona birra con musica dal vivo e negozi di strumenti. Effettivamente i locali storici di Los Angeles erano stupendi, i negozi spettacolari... eravamo in paradiso! E poi è arrivato il “Whisky... “ in quel locale è successo qualcosa che solo in America può accadere...
S.: Sembra davvero un film, ma è tutto reale! Fatichiamo a crederci ancora adesso eppure è così... Siamo andati per un po' di sere a berci qualcosa al “Whisky a Go Go” e lì abbiamo conosciuto una barista alla quale, tra una birra e l'altra, abbiamo detto di essere una band e le abbiamo raccontato qualcosa di Bad Bones. Sentendoci questa ragazza ci ha conviti a tornare la sera successiva con un nostro cd da lasciare alla manager. Noi tre ci siamo messi a ridere: fare ascoltare “Smalltown Brawlers” alla manager di uno dei locali più famosi del mondo era troppo anche per la nostra immaginazione! Alla fine però ci ha convinti e, con nostro grande scetticismo, siamo tornati la sera successiva per conoscere Celina Denkins (la manager n.d.r.) e lasciarle appunto il nostro cd. Quando l'abbiamo incontrata, pur sapendo che non avremmo mai suonato su quel palco, le abbiamo detto che ci avrebbe fatto piacere avere un suo parere sulla nostra musica e Celina, che è una persona davvero disponibile, ci ha lasciato il suo numero chiedendoci di chiamarla il lunedì successivo, così ci avrebbe fatto sapere le sue impressioni.
M.: Noi tre fottuti, perché è questo che siamo (risate n.d.r.), essendo sicuri che Celina non lo avrebbe mai ascoltato, siamo partiti per Las Vegas che, giusto per dare un'idea, da Los Angeles si trova a sette ore di macchina quasi tutte da fare in mezzo la deserto. La partenza per Las Vegas si è trasformata in un viaggio nel viaggio! Provate ad immaginare questa lunghissima freeway in mezzo ai canyon, ad un certo punto, tra la polvere intravvediamo un cartello con scritto “Ghost Town”, senza dire nulla io, che come al solito ero al volante, esco dall'autostrada. Steve un po' perplesso si gira verso di me e mi chiede dove stessi andando ed io, come se nulla fosse, rispondo che volevo raggiungere Ghost Town!
Il problema era che questa città fantasma non arrivava mai. A quel punto abbiamo capito: se aveva quel nome forse davvero non esisteva e così ci siamo fermati.
L.: Nel momento in cui siamo scesi dalla macchina, abbiamo assaporato l'atmosfera di quel luogo ed abbiamo capito di aver trovato Ghost Town in noi stessi. Quell'attimo è diventato anche un brano del disco “Ghost Town Blues”.
S.: Quell'attimo ha dato vita non solo ad una canzone, ma anche ai Bad Bones che conoscete ora. Nell'ora che abbiamo passato tra le dune ci siamo accorti che il nostro viaggio aveva un senso: noi dovevamo essere lì! La cosa impressionante è che da dopo Ghost Town è cambiato veramente tutto!
L.: Quando siamo arrivati a Los Angeles eravamo tre amici in vacanza, dopo quella sosta nel deserto,invece, abbiamo acquistato una sorta di consapevolezza, o forse maturità, è difficile da spiegare, ci siamo sentiti come rinati in quel mondo.
M.: Può sembrare ridicolo, ma tutto era molto simile al film “Doors”: anche loro si erano ritrovati nel deserto in cerca dei loro serpenti... sì, loro erano strafatti di acidi, noi non ne abbiamo bisogno, perché i nostri cervelli sono perennemente in acido (risate n.d.r.), però appunto noi abbiamo trovato Ghost Town e l'abbiamo vissuta a modo nostro, scoprendo in questo modo il nostro “serpente”, che altro non era che la nostra idea, la nostra essenza più profonda.
S.: La metamorfosi che stavamo vivendo era un qualcosa di tangibile, ce la sentivamo addosso, ma nessuno ha detto nulla. Ci siamo rimessi in viaggio e siamo arrivati a Las Vegas, dove siamo rimasti a per due giorni divertendoci e non pensando a nulla.
Tra sogno e realtà: i Bad Bones sul palco del Whisky a Go Go:
S.: Arriva il famoso “lunedì mattina” nel quale avremmo dovuto contattare Celina. Prendo mezzo dollaro, vado nella cabina davanti all'hotel, compongo il numero e la chiamo, non tanto perché mi aspettassi chissà cosa, quanto perché eravamo rimasti d'accordo che ci saremmo sentiti. Risponde il suo segretario e mi mette in attesa: quegli attimi li ho vissuti in assoluta serenità, senza nessuna ansia o paranoia. Finalmente sento la voce di Celina all'altro capo, mi dice che aveva ascoltato “Smalltown” e che le era piaciuto, ma non era finita lì: la manager del Whisky voleva i Bad Bones su quel palco prima del nostro rientro in Italia!
M.: Da quel momento io ho nebbia assoluta, non ricordo nulla se non che sono corso in bagno perché stavo malissimo! (risate n.d.r.)
S.: Incredibile, non eravamo più solo dei turisti! Tutto questo è successo di lunedì, il venerdì noi avevamo il volo di ritorno. Celina ci voleva al Whisky per il giovedì sera... quando le ho detto che eravamo a Las Vegas, mi ha chiesto cosa diavolo ci facessimo così lontano, le ho risposto che effettivamente noi eravamo in vacanza, la sua risposta è stata chiara e lapidaria: “Ragazzi, la vacanza è finita!”
M.: Il viaggio di ritorno è stato memorabile! Come ti dicevo prima, si trattava di sette ore, praticamente tutte nel deserto, ad un certo punto avevamo una sete terribile, vediamo da lontano su una collina una baracca con la scritta “minimarket” e decidiamo di fermarci a prendere qualcosa.
L.: Davanti a quella baracca c'era di tutto, rottami di ogni sorta, qualche moto da cross, cavalli... era surreale! Entriamo, prendiamo da bere e quando andiamo a pagare ci troviamo davanti un tipo stranissimo: un vecchietto con la barba bianca lunga, cappello e cinturone da cowboy, occhiali da sole che ovviamente masticava tabacco. Sorridendo ci guarda e ci chiede se fossimo una band e noi, esaltatissimi, gli abbiamo risposto che eravamo italiani e che il giovedì sera avremmo suonato al Whisky!
S.: Pensa, ci ha anche battezzati! Infatti dopo che gli abbiamo raccontato del Whisky, ci ha chiesto se avessimo avuto con noi una copia del disco, ovviamente noi ne abbiamo sempre e gli abbiamo dato Smalltown. Guarda il cd, lo lancia ad un altro bestione assurdo che lavorava con lui, chiedendogli di mettere la numero sette: “Spaghetti Western”, poi si accende una sigaretta e ci invita a seguirlo.
L.: Non ci eravamo accorti che dietro alla baracca, aveva un impianto stereo mostruoso: due casse enormi erano puntate dritte sul deserto! Immagina la scena, ha fatto partire Spaghetti Western e tutto il deserto rimbombava della nostra musica.
M.: Dopo questa sorta di battesimo ci siamo rimessi in viaggio e siamo arrivati a Los Angeles. Lì abbiamo scoperto che non solo avevamo la data al Whisky, ma anche una prevista per il mercoledì al 14th Below di Santa Monica. Celina ci ha aiutati a recuperare strumenti e back line, perché ovviamente non avevamo con noi nulla ed il mercoledì abbiamo avuto la nostra prima data americana... la sera successiva al Whisky!
L.: Eravamo nei camerini e non riuscivamo a credere di essere lì! Se entri una volta in quel posto sei fottuto per tutta la vita, quei muri trasudano storia del rock! In realtà sono anche piuttosto spogli, però l'atmosfera che respiri lì dentro è qualcosa di indescrivibile. Quando abbiamo sceso le scalette che portano sul palco eravamo agitatissimi, mentre una volta iniziato a suonare è stato tutto naturale. Eravamo nella nostra dimensione, durante il concerto, non era più importante il locale, quanto il fatto che noi tre stavamo condividendo quell'esperienza.
S.: Quel giorno ci siamo accorti che insieme potevamo fare tutto. Quando ti trovi a vivere con assoluta serenità esperienze come quella, capisci che sei in grado di affrontare qualsiasi cosa. Vivere senza paranoie momenti come quello non è semplice, spesso succede che ti senti messo alla prova e subisci dei contraccolpi emotivi pesanti... tutto questo non è successo. Celina ci ha raggiunti finito il concerto e ci ha chiesto di tornare la mattina seguente perché avrebbe voluto parlarci; siamo andati a dormire completamente frastornati, pensando al Whisky non come un punto di arrivo, ma paradossalmente come un punto di partenza. La mattina seguente, prima di partire siamo passati a salutare Celina, che ci ha parlato come sempre in modo molto chiaro: i Bad Bones in America avrebbero potuto fare qualcosa di buono; secondo lei avremmo avuto bisogno bisogno di tornare a Los Angeles per vivere un'esperienza più lunga e più seria. Ha concluso dicendo di pensare alle sue parole e di tenere presente che semmai avessimo deciso di provare, avremmo dovuto letteralmente “farci il culo”, perché in quell'ambiente nessuno ti regala nulla, però avremmo potuto comunque contare sul suo appoggio.
M.: Siamo tornati in Italia con qualche pensiero per la testa, ma alla fine abbiamo deciso di rischiare. L'occasione era troppo importante per lasciarsela sfuggire, così ognuno di noi ha lasciato il lavoro e abbiamo iniziato a fare il più date possibili in Italia per cercare di avere qualche soldo in più per partire.
L'Italia e l'altra faccia di Los Angeles:
S.: Nei mesi che precedevano il nostro ritorno negli Stati Uniti ci siamo accorti che quanto avevamo seminato fino a quel momento stava dando i propri frutti ed i Bad Bones iniziavano ad avere un seguito sempre più consistente. La nostra ultima data italiana è stata al Nuvolari Libera Tribù, un grande spazio dedicato alla musica in provincia di Cuneo, l'organizzazione ci ha contattati per farci suonare un martedì sera, praticamente una settimana prima della nostra seconda partenza e, visto il giorno non proprio adatto per un live, non ci aspettavamo molto, al massimo un centinaio di persone.
L.: Quando la band prima di noi ha finito di suonare, ci ha raggiunti e ci ha detto che sotto al palco c'era una marea di gente... Ci siamo ritrovati a suonare davanti a settecento persone in delirio che cantavano i nostri pezzi!
S.: Ad un anno di distanza dalla data al “Fondo” in cui nessuno ci conosceva, ci ritrovavamo a suonare di martedì sera con settecento persone sotto al palco... incredibile! Questo concerto ha saputo darci tanta forza per affrontare il secondo viaggio a Los Angeles, che a differenza del primo, non è stato una passeggiata, anzi... se nel primo la vacanza/viaggio si era trasformata in un sogno, il secondo viaggio è stato la dura realtà.
M.: Siamo persone con i piedi per terra e sapevamo che questa volta sarebbe stata molto più difficile, ma eravamo pronti ad affrontare qualsiasi cosa e così abbiamo fatto! Quando siamo arrivati avevamo in programma solo due date, di cui una al Whisky, come sempre grazie a Celina. In tasca i soldi erano giusti per comprare una back line ed un furgone, niente di più!
S.: Comprate queste cose non avevamo più nulla ed i soldi erano quelli che si guadagnavano con i concerti. Avevamo anche bisogno di un posto dove dormire... il furgone parcheggiato in Sunset Bulevard era stato la nostra casa per qualche settimana, ma alla fine avevamo bisogno di un tetto sopra la testa, di poter dormire sdraiati e magari anche di poter usare un bagno. Gli affitti a Los Angeles erano assolutamente fuori budget e cercando sui vari giornali alla fine abbiamo trovato in periferia una sala prove in affitto a cento dollari al mese. Ricordo ancora l'indirizzo: 705, Flint Avenue, Wilmington: andava benissimo! Per raggiungerla si deve percorrere la 405 verso sud e più ti allontani dal centro, più inizi a vedere l'altra faccia di Los Angeles, tutto degrada e non esiste più la magia del centro. Arriviamo e prima di andare a vedere la sala prove ci fermiamo in un Liquor per prendere delle sigarette: sembrava di essere entrati in banca! Il bancone aveva un vetro spesso tre dita e il gestore passava le sigarette da una fessura in basso, proprio come in banca. Poi c'erano messicani ovunque, quel quartiere era loro. Finalmente arriva Jhonny, (il proprietario della sala prove n.d.r.) e ci porta a vedere la nostra “casa”.
L.: La struttura era un enorme cubo di legno a due piani senza finestre, all'interno del quale c'erano varie stanzette che fungevano da sale prova. La nostra, provvista anche di bagno, era però senza porta e fino a quel momento aveva avuto la funzione di locale spazzatura. Jhonny si è presentato con la porta sottobraccio, ci ha fatto vedere la sala ed abbiamo passato l'intera giornata a ripulirla da cima a fondo.
S.: Ogni giorno che passava ci rendeva sempre più consapevoli che era dura. Anche perché non era così facile suonare a Los Angeles, come noi c'erano un sacco di band da ogni parte del mondo e tutte molto competitive, quindi farsi notare in quell'oceano di musicisti non era facile. C'erano dei giorni in cui non avevamo nulla da fare e stavamo chiusi in quella cazzo di sala prove a boccheggiare per il caldo, senza avere la forza di fare niente: in quei momenti ti senti davvero a terra! Quello è stato sicuramente il periodo peggiore: vivere a Wilmington era pericoloso perché era sotto il controllo della gang messicana... alla fine l'incontro con loro è stato assurdo, si sono resi conto delle condizioni in cui vivevamo e ci hanno lasciati stare.
M.: Oltre al problema di recuperare date e sopravvivere alla gang ed ai cani randagi e famelici che infestavo le strade di quel quartiere, c'era anche quello di mangiare... perché ovviamente se non suoni, non guadagni e se non guadagni non mangi! Abbiamo davvero patito la fame, c'erano volte in cui un pomodoro ed un pezzo di formaggio erano il nostro unico pasto.
S.: Tutto questo era portare la band ai limiti e credimi, non è stato facile andare avanti. A volte c'erano momenti divertenti come quando i messicani, che conoscevano la miseria in cui vivevamo ci portavano qualcosa da mangiare una torta, la macchinetta del caffè, addirittura una bottiglia di limoncello!
L.: Ci volevano bene anche loro! La torta che ci hanno portato era tipo una normalissima ciambella della nonna, con un peso specifico di due tonnellate: era una cosa pesantissima e dopo averne mangiata una fetta, potevi tirare avanti per tre giorni (risate n.d.r.) Infatti i due concerti dopo la torta messicana sono andati benissimo, eravamo in botta totale! Probabilmente non eravamo più abituati ad ingerire zuccheri...
S.: Eravamo comunque riusciti a vedere il bello anche in quella situazione pericolosa, alla fine erano due le cose che non dovevamo fare: andare sulla diciottesima strada, perché lì c'era la gang rivale dei messicani e quindi si rischiava di farsi sparare e non dire in giro che vivevamo lì. Una sera siamo rientrati tardi da un concerto, stavamo scaricando il furgone e ci ha fermati una pattuglia. Lì ce la siamo vista brutta, primo perché loro come noi avevano paura che avesse potuto succedere qualcosa, li vedevamo proprio tesi. Ovviamente abbiamo detto che stavamo solo scaricando gli strumenti prima di tornarcene a casa e loro ci hanno risposto che non avremmo dovuto rifare una cosa del genere, perché a quell'ora in quel posto, la cosa migliore che potesse capitarci era essere derubati. Non ci è mai capitato nulla perché vivendo in quei posti diventi praticamente parte della gang, anche se ovviamente di concreto per entrarci non fai nulla, anzi in realtà noi non lo sapevamo neppure, ce lo ha spiegato un vecchio messicano che veniva a vederci ai concerti... avevamo anche i nostri fans nella gang!
Peter e Roy, le persone che ci hanno fatto sentire meno soli:
S.: Poi finalmente abbiamo iniziato ad ingranare, ad avere sempre più date, magari anche due in una serata: poteva capitare che alle nove dovevi suonare in un locale e alle undici aprire il concerto di qualcun' altro, come per esempio quella sera in cui abbiamo suonato al “Key Club” all'Hollywood Rock Convention e nella stessa serata anche agli “Universal Studios”. Abbiamo iniziato a conoscere un sacco di band e ad entrare nel giro ed una volta che ci sei poi si vive sul passaparola e sullo scambio di favori.
M.: Una volta entrati nel giro gli altri gruppi hanno imparato a conoscerci e a rispettarci, funziona così tutti si fanno il culo e quando si può ci si aiuta a vicenda. Grazie a questi contatti abbiamo anche conosciuto Rob Michaels, ex chitarrista dei Goo Goo Dolls, con il quale abbiamo suonato al Summerfest di Part Hueme all'Oceanview Pavillon ed è stato proprio lui a metterci in contatto con Peter Boukonos, il nostro manager negli States, che con noi ha fatto un ottimo lavoro!
S.: Insomma, le cose pian piano iniziavano ad andare bene: avevamo un bel po' di concerti, una ventina circa di date nei locali di S. Diego, Ventura Country, Los Angeles, Long Beach e Santa Monica, andavamo d'accordo con i messicani, a volte riuscivamo a mangiare anche qualcosa in più del nostro pomodoro, finché ci mettiamo in viaggio per raggiungere un locale e, proprio in mezzo al deserto, fondiamo! Il furgone era morto, non c'era verso di farlo ripartire. A quel punto credevo davvero che per noi fosse finita. Avevamo superato la fame, la gang, insomma tutto e ora per una banalità tutto andava a rotoli. Eravamo davvero convinti che tutto sarebbe finito in quel momento.
M.: Telefoniamo a Peter e gli spieghiamo la situazione ed il suo commento è stato: “Voi tre siete davvero una rock band!” (risate n.d.r.), solo ai veri rocker poteva capitare di fondere il furgone poche ore prima del concerto! Ha mandato subito un carro attrezzi a recuperarci e siamo stati trasportati fino al locale, così quella sera abbiamo potuto suonare.
L.: Peter è stato un grande, non solo ci ha “salvati” in quella situazione, ma ci ha ospitati a casa sua e ci ha anche trovato un nuovo furgone. In realtà oltre ad averci dato una grande mano a livello pratico, in quel momento ci è stato anche vicino proprio a livello emotivo, riuscendo a farci sentire meno soli e questo per il nostro morale è stato un toccasana, perché comunque, per quanto forte sei, certe situazioni riescono a buttarti giù di morale!
S.: Alla fine siamo riusciti a non perdere nessun live. Ovviamente a questo punto entra in gioco ancora la mano del destino! Stavamo aspettando che ci portassero il nuovo furgone e visto che l'attesa iniziava ad essere lunga, abbiamo deciso di aspettare il ragazzo del concessionario in un bar. Entriamo, ci sediamo ad un tavolo ed ordiniamo qualcosa da bere. Proprio davanti a noi c'è uno strano tipo, un indiano enorme pieno di tatuaggi che stava giocando a biliardo, sente che parliamo in italiano, si gira, ci sorride e ci saluta. Dopo un po', smette di giocare e si avvicina al tavolo chiedendoci se per caso noi fossimo i tre ragazzi che avevano suonato la sera prima nel locale lì accanto. Quando abbiamo confermato, ci ha riempiti di complimenti e si è seduto con noi a parlare un po'. Questo strano personaggio si chiama Roy, la sera prima ci aveva sentiti suonare e gli eravamo piaciuti tantissimo, così, dopo aver fatto due chiacchiere con una simpatia e gentilezza pazzesca, ci ha invitati a casa sua per fare un po' di casino...il “casino” si è prolungato per tre giorni! Alla fine dovevamo tornare a casa... casa, nella nostra sala prove, ma Roy, a cui avevamo raccontato di Wilmington, e che sapeva com'era la vita in periferia, perché l'aveva provata lui stesso, ci ha detto che in quel posto rischiavamo la vita ogni giorno senza neanche rendercene conto e che a lui avrebbe fatto molto piacere ospitarci per tutto il tempo in cui dovevamo rimanere a Los Angeles.
M.: Con Roy è nata da subito una bellissima amicizia, ci siamo trovati sulla stessa lunghezza d'onda, era come se ci conoscessimo da una vita, forse anche per questo ha voluto ospitarci, dal niente era nato un rapporto molto forte. La sua casa tra l'altro era un posto allucinante: tutta di legno, sulla spiaggia, piena di scheletri ed ossa di qualsiasi animale, dipinti con la morte in ogni angolo... all' inizio è stato anche inquietante! (risate n.d.r.).
S.: Ancora una volta era cambiato tutto e da quel momento l'atmosfera è tornata simile a quella che avevamo sperimentato nel nostro primo viaggio ed ovviamente abbiamo vissuto un altro tipo di America. Da Roy siamo rimasti per circa un mese, fino al nostro rientro in Italia. Questo secondo viaggio è stato una prova dura, forse la più difficile che i Bad Bones abbiano dovuto affrontare, ma ne siamo usciti più maturi, più forti e più consapevoli della nostra musica e di quello che siamo!
L.: Uniti abbiamo imparato ad affrontare qualsiasi difficoltà e questo ci ha permesso di riuscire a vedere il bello in tante situazioni decisamente poco piacevoli.
S.: L' America ci ha insegnato che da un niente si può costruire qualcosa di importante! Abbiamo capito che non è importante avere un pubblico numeroso, ma che se anche c'è una sola persona ad ascoltarti, devi sempre dare il massimo. La forza dei Bad Bones viene dalle persone che li ascoltano, proprio queste sono un fattore attivo per la nostra musica, infatti il loro supporto è essenziale per poter andare avanti, per poter esistere. Credo che le persone stiano iniziando a capire di essere i veri protagonisti ed è anche per questo che una volta che siamo tornati ed abbiamo fatto il tour in Europa, ci siamo ritrovati ragazzi che ci seguivano in Germania e perfino a Praga.
M.: Da quando siamo tornati, abbiamo affrontato ogni situazione con una nuova mentalità e questo probabilmente ha permesso che si realizzassero tante cose importanti anche dopo l' America. Il Tour in Italia ed in Europa è andando bene, su “Smalltown Brawlers” abbiamo inserito la cover di “We Want Live with R'n'R” dei Vanadium, che abbiamo inciso insieme a Pino Scotto, un'altra persona che con noi è stata gentilissima! A maggio andremo di nuovo per un mese a Los Angeles dove ci attenderà ancora il Whisky, mentre a ottobre partirà un altro tour europeo... insomma in programma non abbiamo poco!
S.: Inoltre “Smalltown Brawlers” uscirà ufficialmente in Italia a luglio, quindi... teniamo le dita incrociate! Per concludere questa chiacchierata, cosa possiamo ancora dire... nel 2009 questi sono i Bad Bones, ora siamo a questo punto, aspettiamo di vedere cosa il futuro avrà ancora in serbo per noi! Nel frattempo, un saluto a tutti e Rock on!!!
Elisa Penati
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